Heaven & Hell: The Dio Years

Pubblicato su Heavy Metal con i tag , , il Dicembre 5, 2007 da Riccardo

Il 2007 ha visto sulle scene un ritorno molto particolare, per molti fan una vera e propria benedizione. Accantonate le divergenze (tipiche di qualunque gruppo hard’n'heavy) Ronnie James Dio e Tony Iommi hanno deciso di riportare alla ribalta la loro formazione sabbathiana, assieme a Geezer Butler e Vinny Appice.

Idea di base azzeccatissima: rinominare la band come il loro disco di maggior successo, ovvero Heaven & Hell. Questo ha permesso al gruppo di svincolarsi dal pesante nome dei Black Sabbath ed “evitare” così di proporre dal vivo per forza i pezzi dell’era di Ozzy.

In 3 studio album questo gruppo è infatti riuscito a scrivere pezzi così belli da poter tranquillamente coprire uno show ad altissimo livello. Non mancano veri e propri antheem come Neon Knight, Children of the Sea e Lady Evil così come lunghe cavalcate come Sign of the Cross e la stessa Heaven & Hell. Il pubblico non può proprio lamentarsi! Anche canzoni che, per colpa del tempo, non venivano quasi più proposte dal vivo, eliminando Paranoid e co., hanno finalmente trovato il loro spazio.

E le novità non finiscono qua, nel 2008 è infatti previsto un nuovo studio album (sarebbe il primo album in studio da Forbidden del 1995) e, se i pezzi proposti saranno all’altezza dei 3 inseriti nel best Black Sabbath: The Dio Years, beh, so già quale sarà il mio disco preferito del prossimo anno!

I derby del metal

Pubblicato su Hard Rock, Heavy Metal con i tag , il Novembre 15, 2007 da Riccardo

Come negli sport (milan o inter?), nel cinema (Cruise o Pitt?) etc…anche il rock e il metal presentano i loro “derby”.

Sono così tanti gli esempi da portare che invito voi esperti (o non, non importa!) lettori a proporre alcuni derby con il relativo vincitore (ovviamente a vostro giudizio), motivando brevemente la risposta. Inizio io con un duello niente male: Alice Cooper o Ozzy Osburne?

Intanto inizieri col dire che entrambi hanno una carriera oramai quarantennale alle spalle, le loro strade hanno sempre proseguito in modo parallelo senza praticamente quasi mai incontrarsi (eccetto un ritornello cantato da Ozzy nella canzone “Hey Stoopid” di Alice). Ozzy è (era) sicuramente un cantante dotato, anche dal punto di vista del songwriting. Possiamo prendere come testo di riferimento Children of the Grave, emblematico e crudamente veritiero. Dal vivo ha sempre cercato di teatralizzare tramite le sue pose, i suoi gesti, le canzoni proposte. Vero è anche che deve molto del suo successo agli altri membri dei Sabbath, uno su tutti Tony Iommi, che ha sempre scritto per i suoi testi ottime musiche. Con l’avvento degli anni ‘80 e soprattutto con la sottomissione a sua moglie Sharon, i “veri” successi sono stati sempre meno, sono aumentati invece quelli commericiali, fino all’esplosione nel 2000 e l’approdo al reality di mtv, che lo ha consacrato “prince of darkness”….sì ma per chi, per coloro che si iniettano pesanti dosi di tv trash o per i veri primi fan?

Alice Cooper esordisce invece sotto l’egida di un nome direi abbastanza importante…Frank Zappa e anche per lui iniziano a fioccare subito i successi, da I’m Eighteen a No more Mr. Nice Guy fino al capolavoro concept album Welcome to My Nightmare. Il produttore Bob Ezrin svolge sicuramente in tutto questo un ruolo più che fondamentale. L’unico periodo un pò critico per Alice si palesa a cavallo tra i ‘70 e gli ‘80, qualche album anonimo e problemi di alcol sembrano toglierlo dai giochi. Invece riemerge dalle sue ceneri con 4 album fondamentali nel panorama hard rock/glam, uno su tutti Trash, auitato da un altro grandissimo produttore: Desmond Child. Da questo momento in poi ogni suo album (non molti per la verità) viene accolto sempre calorosamente. Dal vivo inoltre il suo show è sempre ad altissimi livelli, l’inventore dello shock metal, a cui molti gruppi devono il loro stile e la loro immagine, continua a proporre duelli con spade, gigliottine e camicie di forza che rendono ogni canzone “vivente”.

In definitiva, a mio parere, Alice Cooper risulta un gradino superiore, non ha dovuto svendere il suo stile per rimanere sulla cresta dell’onda ed ha sempre saputo rinnovarsi in ogni decade. Riconosco comunque ad Ozzy una maggiore capacità nello scrivere testi più profondi ed una voce così particolare da far “reparto da solo”, quindi direi Alice – Ozzy 2-1 e palla al centro!!

I vichinghi contro il mondo

Pubblicato su Death Metal con i tag il Novembre 14, 2007 da gabriele

Versus the world e` il quarto disco dei vichinghi scandinavi Amon Amarth, prodotto nel 2003.

La velocita` e la durezza delle canzoni del gruppo viene qui mitigata, e fatta sposare con un’apprezzabile ricerca del melodico. Il risultato sono delle canzoni molto gradevoli, non eccessivamente violente e quindi adatte anche a chi di solito non ascolta questo genere.

La batteria impone prepotentemente il ritmo guadagnandosi un ruolo di primo piano, mentre le chitarre estremamente chiare e pulite conferisce la melodicita` ai brani. In questo connubio tra la cattiveria e la musicalita`, la voce growl si inserisce alla perfezione, risultando perfetta per la musica proposta.

In mezzo a questa promiscuita` ben riuscita di elementi aggressivi e violenti ed elementi melodici, c’e` un neo. Ovvero, la ripetitivita` dei brani, con un ritmo che sembra quasi estendersi da un pezzo all’altro, risultando alla lunga stancante. Si salva la prima canzone del disco, Death in fire, brano che ha anche goduto di un video.
Per il resto, prese singolarmente sono delle tracce molto gradevoli, con un buon ritmo e capaci di catturare l’ascoltatore. Ma il cd nella sua interezza, dopo qualche ascolto potrebbe produrre indesiderati effetti collaterali come il dichiarare “ci sono solo due canzoni qui, una breve e una lunghissima”, o il depennare l’album dalla checklist degli ascolti.

Assumere a piccole dosi, per un ascolto ottimale.

Gods of War

Pubblicato su Epic Metal, Heavy Metal con i tag il Novembre 13, 2007 da gabriele

Premessa: questo nuovo album dei Manowar va assunto preferibilmente dopo i pasti, a pancia piena.

Mi spiego. L’atteso Gods of war non è un cd “semplice”, con una dozzina di canzoni da ascoltare tranquillamente con il lettore in modalità random. Si tratta di un cd complesso, che alterna canzoni a overture e narrazioni. Il tutto seguendo (quasi sempre) un unico fil rouge, e cioè la mitologia nordica.

Gods of war

Si parla di Loki, di Sleipnir, di Valchirie e di Thor -che comunque resta in secondo piano, sullo sfondo-. E ovviamente si parla di Odino, della sua epopea per ottenere i suoi immensi poteri. E dei suoi “figli”, le centinaia di guerrieri da lui favorite.

Un lungo viaggio nella mitologia nordica e nelle atmosfere care ai Manowar, fatte di onore, guerra e morte, acompagnati dalle classiche sonorità del gruppo.

Ripeto, questo album va ascoltato con calma, senza la frenesia di ascoltare un nuovo “inno” o chissà che… e questa attitudine viene ricordata subito, dal primo brano, che è un’overture. E che è seguito da un pezzo quasi interamente narrato, che anticipa la prima canzone: la poten King of kings.
Si prosegue con un paio di canzoni dedicate a Loki e al figlio, Sleipnir, prima di tornare ad un’overture -brano strumentale che anticipa di parecchie traccie Odin- e alla narrazione dell’impresa di Odino. A questo punto arriva una delle canzoni più possenti del cd, che aveva dato nome all’LP uscito l’anno precedente: Sons of Odin.
A separare questa canzone dal brano che dà il titolo allìalbum ci pensa Glory Majesty Unity, rifacimento della vecchia Warrior’s prayer, ma questa volta da un punto di vista più “interno” alla scena, più coinvolto.Il finale poi è affidato alle due canzoni “anticipate” dalle overture, cioè Odin e Hymn of the immortal warriors, che chiudono in bellezza un ottimo album.

O almeno, così accadrebbe se non fosse per tre pecche.
Prima pecca: un ritornello di Odin che viene proposto per due volte durante l’ascolto del cd (Army of dead) arrangiato in due maniere diverse. E che se poteva avere ragione di esistere, al più, una volta, di certo stona e dà fastidio arrivate al secondo ascolto del medesimo pezzo. Che raggiunge quota tre ascolti quando -finalmente- si arriva alla canzone che lo contiene.
Seconda pecca: Blood brothers, una canzone sull’amicizia. Che con il resto del cd non c’entra una benemerita mazza.
Terza pecca: Die for metal. Un inno metal, che non sfigura accanto ad altri vecchi inni del gruppo. Ma che, anche questo, non c’entra assolutamente niente con le tematiche di tutto il resto del cd. C’entra anche meno di Blood Brothers, e si richiama a ben altri cd del gruppo… perchè inserirla in questo album, rovinandone l’armonia generale?

In definitiva, un buonissimo cd, da ascoltare senza fretta, rovinato solo in parte da alcune discutibili scelte del gruppo.

Vanadium: A race with the devil

Pubblicato su Heavy Metal con i tag il Novembre 6, 2007 da Riccardo

Un consiglio per chi ancora ama il suono non campionato, quantizzato e codificato del vinile: “A race with the devil” dei nostrani Vanadium è puro heavy metal, 40 minuti di fottutissimo metal.

La voce del leader Pino Scotto orchestra le 8 track di un album che se fosse stato prodotto da una major (straniera, ovviamente) avrebbe sicuramente avuto tutta un’altra storia. Invece, come spesso accade in Italia, non si è dato credito a questo genere ritenuto di “nicchia” e, in particolare, a questo gruppo, tanto che non è nemmeno possibile avere una ristampa su cd di questo capolavoro.

Si parte con la dirompente “Get up, shake up” dove un riff di chitarra azzeccatissimo e che rimane subito impresso nella mente fa capire la pasta di cui è fatto l’album. Si continua sulla stessa onda con “Gotta clash with you“, nella quale il solo di chitarra e di tastiera (sempre di sapore purple, ma mai senza copiare) si intrecciano perfettamente. La romantica “Don’t be lookon’ back” smorza i ritmi veloci dei primi 2 pezzi e ci introduce in un’atmosfera più riflessiva per poi lasciare lo spazio alla title track.

Giriamo lato. Dopo l’ottima “Running Wild“, con una stupenda cavalcata iniziale di tastiera, si arriva ad uno dei loro capolavori, “Fire trails“, canzone dalla quale ha preso nome l’ultimo progetto di Pino Scotto. Il tutto termina poi con due brani che lasciano adrenalina, carica e una voglia matta di riascoltare subito questo disco.

Avvertenza: il buon Pino, nelle sue apparizioni televisive, può sembrare sì un pò “fuso”, ma assicuro che davanti a un microfono si trasforma in un rocker d’altri tempi!

Cala il sipario sui “The Darkness”

Pubblicato su Hard Rock con i tag il Novembre 2, 2007 da Paolo Edgardo De Marinis

Non so quanti di voi siano stati catturati dalla spettacolare entrata in scena di questo gruppo inglese, quel che è certo è che riuscirono in un’impresa:  convincere mtv, ormai sinonimo di musica per adolescenti farcita di sms, a mandare in onda del sano Rock ‘n Roll con tanto di assoli.

The darkness

Da amante del Glam e dell’ironia li ritenevo un possibile mito contemporaneo vista la capacità di comporre musica sì orecchiabile, ma anche potente ed efficace, ed  il loro carisma,  nonostante fossero al primo album (”Permission to land”).
Rifacendosi alle band che hanno fatto la storia del rock, come Queen, AC/DC, Led Zeppelin, proponevano un hard-rock classico, arricchito dall’esuberanza scenica e dai falsetti del cantante Justin Hawkins, che aveva risvegliato l’attenzione del pubblico verso il genere:  numeri 1 della classifica inglese per 4 settimane e 1 milione e mezzo di copie del primo album solo in Gran Bretagna.

Il secondo album (”One Way Ticket to Hell… And Back” ), del 2005,  invece è privo sia dell’energia che del rock genuino che li avevano portati alla ribalta e non riesce a bissare il successo del precedente; anzi,  non può nemmeno reggere un confronto. Nonostante tutto la band continua ad esibirsi ed ottenere qualche risultato,  ma le conseguenze del “flop” non mancano di farsi sentire: il ricovero in clinica del cantante per problemi di droga nell’agosto del 2006 è il primo passo verso la dissoluzione, seguito dall’annuncio, in ottobre, del giornale The Sun che Justin Hawkins avrebbe abbandonato la band al termine della riabilitazione.

justin Hawkins

Senza il suo frontman la band non avrebbe avuto più senso ed è per questo che i restanti componenti hanno deciso di pubblicare il nuovo lavoro (la cui stesura era già iniziata nel 2006 e che era atteso per l’inizio del 2007) sotto un nome diverso (non ancora noto), come si legge sul sito dei defunti the darkness:

“We will NOT be carrying on under the name The Darkness. ”

Ero ansioso di sentire il loro terzo cd,  sperando che fosse bello almeno quanto il primo;sembra che non ci riuscirò…

Davvero un peccato, band così non nascono tutti i giorni.

Cinema e rock: Streets of Fire

Pubblicato su Rock il Ottobre 25, 2007 da Riccardo

“A rock’n'roll fable” recita il sottotitolo di questa pellicola, girata da un ispiratissimo Walter Hill nel 1984. Una fiaba…e come tale i personaggi sono stereotipi: lui, Cody, giustiziere solitario ed introverso, che sa sempre cosa fare al momento giusto e che rappresenta l’istinto duro, primordiale del rock; lei, la bellissima cantante Ellen Aim che invece ne incarna la parte passionale ed infine il capo della gang che rapisce Ellen (e che Cody, l’ex fidanzato, dovrà riuscire a salvare), l’anima più cupa e cattiva del genere.

Tutta la colonna sonora è parte integrante (e non semplice riempimento) del film: sin dai primi minuti quando Ellen si esibisce nella potente “Nowhere Fast” fino alla fine quando saluta tutti con la commovente “Tonight is what it means to be young“. Senza dimenticare i Blasters che ci allietano con “One bad stud” nell’infimo locale covo della gang o Ry Cooder! Immagini, suoni, luce e musica si fondono insieme realizzando ciò che si potrebbe definire un cd da ascoltare e, soprattutto, da vedere.

Motley Crue – Carnival of Sins

Pubblicato su Heavy Metal, Live con i tag il Ottobre 24, 2007 da Riccardo

Anni ’80, incoscienza, edonismo, macchine da corsa, motociclette, sesso, droga e glam metal…I Motley Crue sono stati (e sono) tutto questo, non solo un gruppo, una macchina da soldi, ma un vero e proprio stile di vita.

Gli esordi con “Too fast for love” nel 1982 sembravano fino a pochi anni fa solo un lontano ricordo, ma in questi ultimi anni qualcosa (ma non tutto) è cambiato. Sono tornati a farci rivivere quelle atmosfere che li hanno resi celebri con concerti in tutto il mondo (ben 2 volte in Italia, ovvero al Gods of Metal del 2005 e del 2007). Di recente pubblicazione sono il greatest hits “Red, White and Crue” (2005), contenente inoltre alcuni inediti come la ottima cover di Anarchy in the U.K., e soprattutto il live “Carnival of Sins” (2006).

In questo doppio disco dal vivo si riversa tutta l’energia che hanno accumulato negli ultimi anni di silenzio (ufficialmente non si erano mai sciolti, ma ognuno aveva preso la propria strada). Si parte con Shout at the Devil, cannonata, Lee batte sulle pelli come una volta, il tempo sembra non essere passato. Vince, Nikki e Mick non sono da meno e in poco tempo tutti i classici della Decade della Decadenza vengono ripercorsi raggiungendo l’apice con il duo Live Wire/Girls Girls Girls. Nel secondo disco le acque si calamano per un po’, Glitter, Without You e Home Sweet Home fanno passare momenti rilassanti prima del botto finale composto in prevalenza da canzoni prese dall’album Dr. Feelgood (immancabile Kickstart my heart).

Personalmente li ho ritrovati in una ottima forma, ho avuto la fortuna di vederli al GOM del 2005 e la loro prestazione è stata molto coinvolgente. Premessa fondamentale a tutto ciò che è stato detto: non sono più dei ragazzi, gli anni passano per tutti, i problemi alle ossa di Mick sono sempre peggiori e non riesce a muoversi molto sul palco (unica nota dolente e purtroppo inevitabile), aspettarsi un concerto come negli anni ’80 sarebbe da folli. Tuttavia queste loro esibizioni hanno ancora molto da offrire e da dire, un’ottima occasione per chi ancora non li ha potuti ammirare, basta ovviamente approcciare il tutto con quest’ottica. E se capita di vedere Vince sul palco che stona o va fuori tempo (probabilmente per colpa di qualche “bravata” antecedente al concerto), beh…anche questo fa parte dello stile Motley Crue…alla fine non ce la possiamo prendere più di tanto! La loro follia ed estrosità è sempre stata anche la loro forza e la vena ispiratrice delle loro canzoni!

Un Guitar Hero prestato al Blues

Pubblicato su Blues, Rock con i tag il Ottobre 23, 2007 da Paolo Edgardo De Marinis

Dopo aver sperimentato vari generi, dal metal (Thin Lizzy) all’elettronica, il poliedrico musicista irlandese Gary Moore sembra aver trovato se stesso nel blues più puro da quando, imboccata questa strada negli anni novanta con “Still Got The Blues”, non l’ha più abbandonata.

Close as you Get, è la riconferma di un grande bluesman, che nonostante il talento non è mai riuscito ad ottenere un posto al fianco degli altri pilastri del genere, e della sua scelta di vita musicale.

Close as you get 2007

In quest’ultimo album si alternano brani dal sapore classico, come “If the Devil made whiskey“, “Checkin’ Up On My Baby” e il blues acustico di “Sundown“, a brani lenti, malinconici e struggenti, come “Evenin’” o “I Had A Dream“, ormai marchio di fabbrica di Moore.
Moore non manca di affiancare alle composizioni originali un omaggio a due maestri del calibro di Chuck Berry (”Thirty Days”) e Sonny Boy Williamson (”Eyesight To The Blind”), facendo un ottimo lavoro di covering.
Nell’ascolto di questo LP  l’elemento di spicco è la qualità dei brani e il sound emozionante, in ogni riff ed in ogni assolo, che coinvolge l’ascoltatore fino a dargli l’impressione che l’album provenga dal glorioso passato della musica rock.

Benvenuti nella Dead Rockers Society!

Pubblicato su Varie ed eventuali con i tag il Ottobre 21, 2007 da PipoAtomico

Qui, semplicemente, parliamo di musica rock. Non siamo una webzine, né un sito di informazione musicale. Non facciamo interviste, né scriviamo recensioni. Per esprimere il nostro gradimento su ciò che ascoltiamo non utilizziamo stelline, asterischi, palline, scale da 1 a 10, scale da 1 a 100, scale da “inascoltabile” a “imperdibile”. Qui, semplicemente, parliamo di musica rock. E vorremmo farlo con voi.

Nel 1989 uscì “L’attimo fuggente”, diretto da Peter Weir e interpretato da Robin Williams. Il film racconta di un gruppo di ragazzi che, affascinati dalle lezioni di John Keating, nuovo insegnante creativo ed anticonformista della severissima Accademia Welton, decidono di ritrovarsi in un rifugio notturno per discutere delle loro passioni, in primis di letteratura. Questi studenti si danno il nome di Setta dei Poeti Estinti, in inglese “Dead Poets Society”; che è anche il titolo originale del film. Ora, riunendoci anche noi qui per parlare di una nostra passione, ed essendo questa passione il rock ‘n’ roll, abbiamo preso spunto dal film in questione e ci siamo chiamati Dead Rockers Society. Chiunque voglia farne parte è il benvenuto.

Buona permanenza nella Dead Rockers Society!