Premessa: questo nuovo album dei Manowar va assunto preferibilmente dopo i pasti, a pancia piena.
Mi spiego. L’atteso Gods of war non è un cd “semplice”, con una dozzina di canzoni da ascoltare tranquillamente con il lettore in modalità random. Si tratta di un cd complesso, che alterna canzoni a overture e narrazioni. Il tutto seguendo (quasi sempre) un unico fil rouge, e cioè la mitologia nordica.

Si parla di Loki, di Sleipnir, di Valchirie e di Thor -che comunque resta in secondo piano, sullo sfondo-. E ovviamente si parla di Odino, della sua epopea per ottenere i suoi immensi poteri. E dei suoi “figli”, le centinaia di guerrieri da lui favorite.
Un lungo viaggio nella mitologia nordica e nelle atmosfere care ai Manowar, fatte di onore, guerra e morte, acompagnati dalle classiche sonorità del gruppo.
Ripeto, questo album va ascoltato con calma, senza la frenesia di ascoltare un nuovo “inno” o chissà che… e questa attitudine viene ricordata subito, dal primo brano, che è un’overture. E che è seguito da un pezzo quasi interamente narrato, che anticipa la prima canzone: la poten King of kings.
Si prosegue con un paio di canzoni dedicate a Loki e al figlio, Sleipnir, prima di tornare ad un’overture -brano strumentale che anticipa di parecchie traccie Odin- e alla narrazione dell’impresa di Odino. A questo punto arriva una delle canzoni più possenti del cd, che aveva dato nome all’LP uscito l’anno precedente: Sons of Odin.
A separare questa canzone dal brano che dà il titolo allìalbum ci pensa Glory Majesty Unity, rifacimento della vecchia Warrior’s prayer, ma questa volta da un punto di vista più “interno” alla scena, più coinvolto.Il finale poi è affidato alle due canzoni “anticipate” dalle overture, cioè Odin e Hymn of the immortal warriors, che chiudono in bellezza un ottimo album.
O almeno, così accadrebbe se non fosse per tre pecche.
Prima pecca: un ritornello di Odin che viene proposto per due volte durante l’ascolto del cd (Army of dead) arrangiato in due maniere diverse. E che se poteva avere ragione di esistere, al più, una volta, di certo stona e dà fastidio arrivate al secondo ascolto del medesimo pezzo. Che raggiunge quota tre ascolti quando -finalmente- si arriva alla canzone che lo contiene.
Seconda pecca: Blood brothers, una canzone sull’amicizia. Che con il resto del cd non c’entra una benemerita mazza.
Terza pecca: Die for metal. Un inno metal, che non sfigura accanto ad altri vecchi inni del gruppo. Ma che, anche questo, non c’entra assolutamente niente con le tematiche di tutto il resto del cd. C’entra anche meno di Blood Brothers, e si richiama a ben altri cd del gruppo… perchè inserirla in questo album, rovinandone l’armonia generale?
In definitiva, un buonissimo cd, da ascoltare senza fretta, rovinato solo in parte da alcune discutibili scelte del gruppo.